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Presenze.

Un brivido di terrore percorse tutta la mia schiena, dalla base del cranio giù fino all’ultima vertebra, quando vedendo passare George, dietro il basso paravento che delimitava il mio spazio, mi accorsi che, camminando, non sollevava nè abbassava il capo. Se ne andava via liscio come l’olio, neanche stesse giocando. Ma il suo sguardo non era affatto scherzoso: sembrava un busto, un pezzo di uomo immondamente separato dalla sua metà inferiore, e posto sul carrello dei bolliti. Come poteva essere in grado di muoversi in quel modo? Era forse un fantasma, fluttuante placido sulla superficie di qualche piano soprannaturale? Perchè George mi ricordava, ora più che mai, uno degli alieni che nei vecchi film in bianco e nero conquistavano il pianeta, sopravvivendo grazie a provvidenziali acquari rovesciati sul capo? Oppure avevamo a che fare con un individuo misterioso, educato a chissà quali oscure arti guerriere in sperduti monasteri orientali, un sicario del cielo dalle abilità sovrumane.

Che i capi avessero finalmente tolto il divieto sui rollerblade in ufficio?

Che ci vuoi fare, è la vita. Questo potrebbe essere il motto di Clara, alta sudafricana che cerca – e trova – svago senza impegno in un locale per singles dalle parti di Earls Court. Con un fisico che solo le donne di colore possono sognare, il nostro bijoux ormai non più giovanissimo decide di mettersi in mostra ancor più, fasciandosi le forme in un nero tubino sotto vuoto e sbattendosi in testa quello che spero sia un parruccone biondo, e non qualche utensile per la pulizia ospedaliera. Tra le lenzuola, le promesse di grandi manovre rimangono tuttavia deluse, da un atteggiamento fin troppo ospitale, quasi materno, e per nulla suino. Diciamocela tutta, di vedere la casa e commentarne l’ampio giardino sul retro, appena risistemato e a regola d’arte per carità, non ce ne sbatte poi tanto, no? Ma la cosa che più diverte, se la si prende dal verso giusto, è la sua perfetta somiglianza con uno di quei videogame giapponesi, in cui si deve suonare uno strumento, o ballare, o quel che è. Ad ogni gesto del giocatore infatti, la dolce Clara se ne esce con un commento del tipo Nice! Good! Great!, con un tono da Ok il prezzo è giusto, il cui unico effetto è quello di rendere la cosa estremamente meccanica. Alla fine ho battuto il record, ho vinto un’altra partita, ma l’ho lasciata al prossimo.

Va’ che ti cambio la giornata.

Per la parte di umanità che mangia tre volte al giorno, l’autostima, cioè quanto uno si senta fico, è cosa importante assai. Quando è bassina, tutto tende a fare un po’ schifetto, anche il terzo pasto quotidiano, figuriamoci il tetto sopra la propria testa. Una situazione disdicevole alquanto.

Per mantenerne il livello sopra la soglia d’allarme, i meno fortunati, cioè quelli che – arrendetevi all’evidenza – fichi non lo sono nè lo saranno mai, se ne inventano d’ogni sorta. Donne si iscrivono a siti di appuntamenti per ricevere centinaia di messaggi pervertiti e sentirsi così desiderate, uomini spendono fortune in automobili ingombranti, i più folli addirittura in biciclette o altri inutili gadgets, uomini e donne si sposano e mettono al mondo figli nella speranza che, almeno loro, li ritengano fichi. Una speranza vana alquanto.

E la lista potrebbe continuare all’infinito: autistici che s’inventano d’esser bravi in matematica, atleti che dedicano la propria esistenza ad abbattere primati – record intendo, non scimmie – scienziati ad indagare i segreti dell’universo, musicisti a perfezionare la padronanza di strumenti dalla forma bizzarra. Avete mai notato com’è buffo un oboe? Alquanto.

Quanto tutto questo serva, basti sapere che i professionisti del porno non si dedicano a nessuna delle succitate attività, non ne sentono il bisogno. Con loro la natura, in fatto di autostima, è stata generosa alquanto.

Io? Beh, io il mio metodo personale, per tenere la mia autostima alle giuste atmosfere, ce l’ho, collaudato e garantito. Giusto perchè sei tu, è un segreto che mi sento di confidare, gratis – e già questo dovrebbe bastarti a farti sentire speciale. Ecco, io ho una foto sul comodino, e la guardo ogni mattino, ed ogni sera, e per stare in pace con me stesso mi basta di pensare: grazie madre natura, perchè non sono lui:

Per lui non serve neanche scomodare Lombroso.

Scusi. – incompleto

Scusi. – Dica, dica. – Mica dice che mi cala questo capo

se lo lavo in lavatrice a trenta gradi.

Cosa dice, si figuri… francamente a questo scopo

le consiglio

Il destino di un uomo.

Fausto è un tipo gagliardo, ancora giovane e bello, ma a dispetto del suo nome, la sventura s’è abbattuta su di lui, senza pietà alcuna. Mi sono accorto di lui un paio di mesi fa, risistemando il bucato. Un calzino spaiato non è mai una buona notizia, ma bisogna avere pazienza e fiducia, prima o poi il suo compagno salterà fuori.

Così pensavo, ma ahime, a volte la speranza deve arrendersi alla realtà: ad ogni lavatrice Fausto era sempre più disgraziatamente solo. Ci sono cose che vanno in coppia, c’è poco da fare, senza l’altra metà del loro cielo non hanno senso di esistere, un po’ come la zia Nerina, dopo ch’è morto lo zio Bio. A pensarci, non è da tutti avere uno zio che si chiami Bio, ma questa è un’altra storia, e comunque adesso è morto. E la zia Nerina un paio di settimane dopo.

Devo confessare che con il passare delle settimane i miei sentimenti verso Fausto si stavano facendo sempre più amari. Bastava che il mio sguardo cadesse su di lui, e subito l’inquietudine mi prendeva, e la stizza. A peggiorare le cose, quella sua mania di apparire nei posti più impensati della mia stanza: sotto il cappello, tra le mele, impalato sulla lampada del comodino. Non si poteva più continuare così.

Ma proprio mentre, in preda ad un attacco di rabbia, stavo per gettarlo nel cestino del non-ritorno, il mio animo s’è mosso a compassione e grande la tristezza mi ha pervaso, la tristezza di un povero calzino abbandonato a se stesso, senza più alcuno scopo. Avesse avuto almeno un padrone amputato… Così è successo, che ho deciso di adottarlo, di diventare io stesso il suo compagno, dare a lui, e a sua volta da lui ricevere, un senso. Se la mia vita non aveva più significato, ora sono l’altro calzino di Fausto.

T’hommai detto.

T’hommai detto della volta che son stato in rivalmare

no non dico quella volta che tu stavi a fornicare

con la donna con cui stavo – quel trojone jugoslavo,

no io dico quella volta, quella della trattoria

che lasciai le luci accese e finì la batteria.

Ecco allora t’hommai detto, quella volta in rivalmare

ripensavo all’altra volta, che tu stavi a fornicare

e pensavo mica bella, una tale situazione,

ecco quello che succede quando stai con un trojone

ma d’un tratto chi t’incontro, tua sorella in rivalmare

poi da cosa nasce cosa, noi s’inizia a “ragionare”

ma non fare quella faccia, che ti piaccia o non ti piaccia,

beh lei c’ha la gonorrea.

Domani che fai?

La prima volta che ti senti dire “you’re the best fuck I’ve ever had”, è sempre un po’ un’emozione, poi come con tutto uno ci fa l’abitudine ed è un dente che si devitalizza. Senza contare che come un orgasmo, certe boutades vanno prese per quello che sono, ma ancora, come un orgasmo, se accompagnate da sguardo ebete e brivido lungo la schiena uno si può pure fidare e gonfiarsi di machistico patetico orgoglio.

Il mio primo viaggio nel mondo degli appuntamenti al buio è con Nichola, biondina australiana dagli occhi cadenti alla Jessica Fletcher ma per il resto niente male davvero. Maestra di sostegno in una scuola elementare di West London, una ragazza che sa decisamente stupire, e che sa stupirsi, quando ad esempio le rivelo che gli ebrei non sono una setta cristiana. Altri emisferi.

La solita uscita cena più pub, niente di straordinario, tutto sommato una serata cordiale, poi è tempo di andare e la accompagno alla fermata dell’autobus.

“Grazie Gervaso, è stata una bella serata.”

“Grazie a te, a pensare che ci siamo conosciuti qualche ora fa… è incredibile, no?”

“Sì, ma… cosa farai in questo weekend?”

Ops, posso dirle: andrò alla fiera annuale dell’erotismo? Va bene onestà a tutti i costi, casco ben allacciato e luci accese anche di giorno, ma certe cose, al primo appuntamento, si possono pur sempre tacere no?

“Ehm… Assolutamente niente. Niente in assoluto. Tu?”

“Vado a fare shopping con le amiche, alla fiera del sesso.”

“Io ho già il biglietto.”

Iniziamo a limonare.

Bzzz… bzzz…

Bzzz… bzzz…

Eh? Come? Dove? Che cazzo…? Ma sono le otto! Anche la domenica! Vediamo chi è che scassa la… Mmm…

“serata di merda a gerico. la pizza fa schifo, il bere è caro, le tipe se la tirano. c si vede a messa. D”

Dio Dio Dio, un bel chissenefrega? Adesso, va bene l’amicizia, però ultimamente s’è fatto un po’ pesante eh?, per non dir rompicoglioni.

Ka-brooom!

Mah, mette brutto, sembrava ci fosse il sole… Vabbeh, la prossima volta che lo vedo lo sistemo io. Anche perchè parla parla lui, Lui, d’esser buoni e tutto, ma quando gli girano, c’è mica da scherzare neh?

Tipo quella volta successe più o meno così.

Mosè era morto e ‘sti poveri ebrei, erano quarant’anni in giro per il deserto alla ricerca di un parcheggio, ma si sapeva, il sabato mattina un parcheggio in città dove lo trovi mai? Ma insomma, morto Mosè, c’era bisogno di un nuovo autiere per il corrierone giudaico e Dio scelse Giosuè, fiero guerriero, ricercato rimatore, vate della terza Italia. E a lui toccò di prendersi il merito – so ‘bboni tutti – di fare gli ultimi kilometri e arrivare sulle rive del fiume Giordano.

Sull’altra sponda, non Sodoma, di cui ti parlerò un’altra volta, ma la ridente cittadina di Gerico, ridente sì, ma dalla vita notturna alquanto tranquilla, se si tralascia la nota prostituta Raab. Gerico è infatti l’abbreviazione di Geriatrico, e il suo clima secco ma tiepido da sempre attira folle di anziani in villeggiatura. Non il posto ideale per passare il sabato sera, e questo Dio lo avrebbe dovuto sapere, e invece no, c’aveva portato suo cugino per l’addio al celibato, e ne era rimasto deluso, per non dire incazzato. Per questo se l’era legata al dito e per questo non perse la ghiotta occasione di rifarsi. Ma anzichè rubare qualche cartello stradale e piegare qualche specchietto, Dio, che in quanto infinito non ha poi molto il senso della misura, disse a Giosuè:

“Vedi, io do in tua mano Gerico, il suo re, i suoi prodi guerrieri. Voi tutti dunque, uomini di guerra, marciate intorno alla città, facendone il giro una volta. Così farai per sei giorni; e sette sacerdoti porteranno davanti all’arca sette trombe squillanti; il settimo giorno farete il giro della città sette volte, e i sacerdoti soneranno le trombe. E avverrà che, quand’essi soneranno a distesa il corno squillante e voi udrete il suono delle trombe, tutto il popolo lancerà un gran grido, e le mura della città crolleranno, e il popolo salirà, ciascuno diritto davanti a sé”  (Giosuè 6.2:5)

Altro che suonare i campanelli all’una di notte! Una bella sveglia aveva preparato il buon Dio ai cateteri di Gerico, roba da far venire un infarto. E come sempre quando c’è di mezzo Lui, c’era poco da stare tranquilli, gli ebrei stettero allo scherzo, e le mura vennero giù davvero. Sì, non fare quella faccia da disilluso, davvero. Poi, come aveva comandato il Signore:

“Votarono allo sterminio tutto ciò che era nella città, passando a fil di spada uomini, donne, bambini, vecchi, buoi, pecore e asini.” (Giosuè 6:21)

Amen. (Ad Auschwitz si chiedevano come potesse Dio permettere tutto quello, da uno così, cos’altro ti potevi aspettare.) Neanche a farlo apposta, l’unica cosa respirante ad essere risparmiata fu la prostituta Raab, ma certe cose meglio lasciarle nell’ombra, vuoi mai che la gente metta in dubbio la tua moralità.

E poi uno dice le cattive compagnie. Giosuè ogni volta che c’è da far casino ci va a nozze.

Lo zen e l’arte della mail.

Per quanto da una decina d’anni ormai si sia affermato come concetto estremamente alla moda, nella cosmesi soprattutto e nel suo marketing, cosa siano veramente lo zen e la sua pratica lo sanno decisamente in pochi, azzarderei meno di quelli che credono di saperlo. Ora non mi voglio perdere in infinite quanto astruse spiegazioni, che rischierebbero solamente di confondere le idee a riguardo, ma per i nostri scopi adottiamo questa semplicistica definizione per “praticare lo zen”: visto che tutto è ugualmente vuoto e inutile, se proprio c’è da buttar via del tempo, facciamolo almeno senza darci troppa pena. Che ne so, curare una felce è zen? Certo che lo è. Suonare la chitarra? Solo se suoni cose noiose, meccaniche, senza partecipazione emotiva alcuna. Leggere lacunablu? Credo di sì, sicuramente più che leggere qualcosa di avvincente.
Ma dimenticavo, non è veramente essenziale ai fini dello zen, tuttavia la cosa diventa tanto più fica quanto più è priva di ogni beneficio materiale, cioè è inutile. Così spendere il sabato pomeriggio ad aggiustare una mensola è sì più zen di andarsi a prendere una scarica di aperitivi e litigare poi con la moglie di un altro, scambiata per la propria, ma impallidisce davanti al fulgore zen dello starsene tre ore seduti su di un cuscino a pensare al suono di una sola mano che batte.
Io, da parte mia, scrivo mail. Si tratta di un vecchio vizio: anni fa mi inventavo di scrivere lettere in cui aprivo agli altri il mio animo, imponendo poi loro di comportarsi in tutto e per tutto come se non avessero mai ricevuto nulla. Era perverso lo so, ma anch’io ero piuttosto contorto. Ora invece i cazzi miei li affido a delle email. Prendo e scrivo quello che mi va, anzi no, quello che si muove nelle profondità del mio spirito, i miei più intimi pensieri, quello che mai confesserei a nessuno. Non è molto inutile lo so, c’è sempre da imparare a metter nero su bianco la propria vita, la famosa quanto sopravvalutata conoscenza di sè, ma è distensivo tuttavia e la mensola ancora è rotta. Ah, come va a finire poi, niente, prendo un indirizzo email a caso, non inventato di sana pianta, che ne so, lo prendo da un blog o da un sito di ricette e così via, e spedisco così il tutto, ad un perfetto sconosciuto. E mi guardo bene chiaramente, dall’aprire eventuali risposte, rischierebbe di turbare troppo l’universo, non sarebbe abbastanza zen.
Prova anche tu, e non cercare di vendere Viagra nel frattempo.

Mais più.

Se sfrecciando in autostrada distrattamente il vostro sguardo impigrito cade su di un campo di mais alto e maturo, sappiate che lì in mezzo potrebbe celarsi Rovigo.

Detta anche la perla del Polesine, Rovigo offre ai visitatori alcuni dei più maestosi esempi dell’architettura fascista. Casermoni ricoperti da fuliggine di ignota provenienza, contengono in realtà eleganti attici che possono essere affittati per l’incredibile cifra di 400 euro al mese. Posto trattore e deposito per granaglie inclusi. Due sono comunque le cose che mi hanno colpito di Rovigo. Per una meditata scelta urbanistica dell’amministrazione comunale, esistono vie in cui negozi, tabaccai, bar, pizzerie al taglio e tutto il resto sono separati l’uno dall’altro da una qualche impresa di onoranze funebri, che sembra essere un settore portante dell’economia locale. (I famosi funerali alla rodigina.) Inoltre, in qualunque luogo del centro storico ci si trovi è possibile raggiungere a piedi una piantagione di mais in meno di dieci minuti, anche smarrendo la strada.

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